Nasce il primo forum italiano per l'Ingegneria Biomedica

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Esperienze di studio nei corsi di laurea in Ingegneria Biomedica degli atenei italiani ed esteri
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di Francesca Albano
#24
Ciao! apro questa discussione in quanto vorrei conoscere le vostre esperienze di studio negli altri atenei. Pro e contro di studiare ingegneria biomedica in italia e consigli su come affrontare in "serenità" la triennale . Se qualcuno ha studiato all'estero ben venga :D inoltre...dopo la triennale rimanere in Italia si o no? corso di studi consigliato? dove?? lo so troppe domande xD
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di Eliana
#44
Ciao! E' un argomento che mi interessa molto, perché ogni volta che è uscito fuori ha creato sempre un forte dibattito.
Io sono laureata triennale in Ing. Elettronica e a Ottobre inizierò la specialistica in Biomedical Engineering (è una specialistica completamente in inglese) a Roma Tre.
Ne ho parlato in un mio video (ho un canale su youtube in cui parlo di novità in ambito ingegneristico, soprattutto in bioingegneria), perché molte persone che hanno fatto Bio sia alla triennale sia alla magistrale (diciamo i laureati "totalmente" biomedici) si lamentano di non trovare lavoro, mentre le persone che fanno Bio solo alla specialistica pare che vengano più "presi in considerazione".
Il discorso ruota al fatto che un laureato "totalmente" biomedico pare abbia meno competenze ingegneristiche rispetto a uno che fa biomedica solo alla specialistica. O almeno questo è quello che ho sentito dire dai laureati totalmente biomedici, poi non saprei..
E poi mi hanno anche detto che il mercato italiano non è molto "pronto" alla figura professionale dell'ingegnere biomedico, ma anche questo è tutto da vedere.
Io ho scelto di fare il percorso Elettronica+Biomedica perché mi piaceva avere più competenze: in questo modo, alla fine della specialistica sarò un ingegnere elettronico specializzato in biomedica (quindi magari se non trovo lavoro in biomedica avrò comunque le competenze per cercarlo in altri ambiti...)
:)
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di Gaetano Moceri
#51
Ciao Eliana :) premettendo che seguo il tuo canale e lo trovo molto interessante, dico che sono parzialmente d'accordo con quello che hai detto. Non si tratta di competenze ingegneristiche, perchè il biomedico le ha.. poi dipende comunque a quali competenze ti riferisci.. il punto è che in Italia pochissimi ingegneri biomedici fanno quello per cui hanno studiato (anche solo lontanamente) perchè le aziende (o comunque chi progetta in generale) dicono "perchè dovrei assumere un biomedico quando posso prendere un elettronico/meccanico/informatico che ne sa molte di più??" e quindi ci ritroviamo a lavorare in settori totalmente diversi. Inoltre uno dei campi in cui un biomedico potrebbe lavorare è quello della ricerca, ma come tutti sappiamo questo è uno dei settori più tagliati e meno incentivati. Indubbiamente un biomedico che ha anche competenze da elettronico è più appetibile agli occhi delle aziende in questo panorama italiano, perchè, come hai detto tu, si può adattare anche ad ambiti diversi dalla bioingegneria.
Sono invece d'accordo con te quando dici che il mercato nazionale non è pronto alla nostra figura: se avessi ricevuto un Euro ogni volta che mi hanno detto "Ma cosa è un ingegnere biomedico?!" adesso sarei miliardario! Mi auguro davvero che ci possiamo allineare davvero al resto del mondo quanto prima...
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di Yuri Tedesco
#56
Ciao ragazzi, e benvenuta Eliana.
Io sono uno studente del secondo anno di laurea magistrale in ing. biomedica, laureato alla triennale sempre in ing. biomedica.
In linea generale sono d'accordo con i vostri punti di vista.
Anch'io mi sono trovato ad affrontare questa tematica, che unisce un po' tutti noi biomedici, vale a dire la possibilità di far valere nel mondo del lavoro il proprio titolo di ingegnere biomedico.
Siamo tutti destinati, nell'immetterci nel mercato del lavoro, a tramutarci (con un certo grado di difficoltà) in ingegneri informatici, o elettronici, o dei materiali, quando ci siamo impegnati per portare avanti un percorso accademico che ci qualifica espressamente come ingegneri biomedici?
Messo il problema in questi termini, in effetti non si scorgono molte alternative... Cerchiamo allora per un momento di slegarci un po' dalle mere "etichette".
Dunque, la risposta che mi sono dato, e che mi porterebbe, tornassi indietro, a sceliere ancora ingegneria biomedica, è la seguente:
il valore del corso di laurea in ingegneria biomedica sta nella sua interdisciplinarietà.

Per quanto riguarda la triennale, non esistono, che io sappia, altri corsi di laurea capaci di far affacciare lo studente sul mondo dell'ingegneria nella stessa maniera in cui lo fa un corso di biomedica: si va dall'informatica all'elettronica, passando per la meccanica dei materiali e delle strutture e l'ingegneria chimica (con le eventuali differenze che vi sono tra i vari atenei).
All'atto del passaggio alla magistrale, sarà poi responsabilità dello studente cercare (tramite esami a scelta, curriculum del piano di studi, scelta del lavoro di tesi, ecc.) di delineare un'area di competenza nella propria preparazione biomedica.

Fatto ciò, il neolaureato magistrale in ing. biomedica dovrà cercare di trovare nel mondo del lavoro le posizioni dove poter spendere la propria qualifica, che non dimentichiamoci, comprende una base di conoscenza su ciò che è BIO o più propriamente, sull'interazione delle tecnologie proprie dell'ingegneria con il mondo biologico (il corpo umano).
Io, essendo al secondo anno magistrale, ho cominciato a guardarmi intorno, e soprattutto per posizioni lavorative all'estero mi sono imbattuto in annunci lavorativi che tra i requisiti includevano un know-how tipicamente biomedico (conoscenze ingegneristiche + comprensione dei meccanismi biologici).

Questo è il mio giudizio, tanto sincero quanto probabilmente parziale, in quanto, ripeto, sono ancora uno studente.
Spero che possa fornire comunque un'utile spunto a questa discussione ;)
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di Gaetano Moceri
#58
Yuri sono d'accordo con te quando dici che l'interdisciplinarità del corso di laurea è un vero e proprio punto di forza. Quello che è completamente inutile (almeno per il corso di laurea che sto seguendo a Torino) secondo me è il fatto che abbiamo una preparazione TEORICA immensa, ma anche una scarsissima preparazione PRATICA, che è poi quella che viene richiesta nel mondo del lavoro. Se le Università si allineassero un pò a quelle che sono le esigenze delle aziende secondo me sarebbe molto più facile inserirci..
#68
Ciao Eliana e benvenuta! :)

Io sto facendo esattamente il percorso inverso rispetto al tuo: mi sono laureato alla triennale in biomedica e sono al secondo anno della magistrale in elettronica.
La questione è davvero complicata ed è da diverso tempo che ci ragiono su.

Penso che, in un Paese pronto per l'ingegneria biomedica, sia da un punto di vista lavorativo, sia da un punto di vista educativo, abbia davvero molto più senso il percorso che hai scelto di fare tu: partire con una base solida in un campo preciso (elettronica/informatica/automazione/materiali/chimica etc.) e poi specializzarsi in biomedica cioè approfondire le competenze del campo da cui si proviene con le applicazioni che trovano in ambito biomedicale.

Questo percorso però presuppone un requisito fondamentale: il corso di laurea magistrale in biomedica deve essere EFFETTIVAMENTE APERTO a 360° verso TUTTI i settori che trovano applicazione in biomedica e deve offrire agli studenti la possibilità di scegliersi un percorso consono con la loro provenienza, con il denominatore comune, il vero e proprio "core" del biomedico, costituito dalla conoscenza dell'anatomia e della fisiologia umana e in particolare delle interazioni del corpo con le influenze esterne (martellate, scosse elettriche, ustioni da acido e tante altre simpaticissime cose :mrgreen: ).

Dal momento che:
  1. L'Italia non è neanche lontanamente un Paese pronto per l'ingegneria biomedica, né dal punto di vista lavorativo (per molte aziende "il biomedico non è un ingegnere :lol: "...), né dal punto di vista educativo (in confronto ad altre università estere in biomedica siamo proprio a livello "addovai?!");
  2. Atenei con un corso di biomedica così interdisciplinare e aperto a 360° in Italia non esistono (ma forse neanche nel mondo, bisognerebbe approfondire), né esiste una rosa di atenei che affrontino, sia pure singolarmente, le applicazioni biomediche dei singoli settori di base;
credo che la specializzazione in biomedica continui a non garantire un'adeguata preparazione a chi vuole lavorare in un certo settore applicativo e per di più non gode nemmeno di una buona fama a livello italiano.

Il motivo della mia scelta di proseguire con la specialistica in elettronica è stato proprio questo: nonostante l'amore e la passione per la biomedica, che continua ad essere il mio obiettivo principale, mi sono reso conto che per lavorare VERAMENTE nell'ambito dell'elettronica biomedica è necessario avere, giustamente, un'adeguata preparazione da elettronico (elettronica analogica e digitale con i controcazzi, misure elettroniche, programmazione orientata alla realizzazione di firmware per microcontrollori, DSP e relativi algoritmi e circuiti e tanto altro) che la maggior parte dei corsi di biomedica in Italia non avrebbe potuto darmi, a giudicare dal piano di studi. Ho deciso di cambiare perché voglio realmente arrivare a lavorare in quest'ambito, a progettare strumentazione elettronica per applicazioni biomediche e per questo i biomedici italiani non hanno veramente le competenze.
Questo è confermato anche dal fatto che l'albo degli ingegneri consente agli ingegneri biomedici che scelgono il ramo "Ingegneria dell'informazione" di partecipare alla progettazione di strumentazione elettronica ma non prevede che possano effettivamente realizzare uno strumento elettronico e garantire in prima persona per la sua completa funzionalità.

Insomma studiare duramente per altri due anni per poi trovarmi di fronte all'evidenza di non avere le competenze per poter lavorare in ambito elettronico per le applicazioni biomediche era il mio incubo peggiore, per cui ho preso coraggio e ho deciso di darci dentro con l'elettronica (sia pure con qualche esame di debito).

Ora io penso che ci sia una sola cosa che ci salva davvero: nel resto del mondo conta cosa sai fare, non cosa il tuo pezzo di carta con su scritto "Laurea" attesta che tu sai fare. Si ripropone la questione delle competenze personali: è il singolo a decidere cosa vuole studiare approfonditamente e quali competenze specialistiche vuole acquisire, per cui sta a lui crearsi un solido background, funzionale per l'attività che vorrebbe svolgere in futuro.
Già solo cercando dei bandi di dottorato all'estero si può notare come non siano interessati a "che ingegnere sei?", ma a "in cosa sei capace/esperto?" perché alla fine servono competenze reali, non piani di studio universitari, per fortuna :)

Comunque mi fa piacere che questa discussione stia prendendo piede: è ora che gli Ingegneri Biomedici Italiani si pongano questi quesiti e affrontino la questione..e che, magari, provino a proporre soluzioni. Chi lo sa, magari in futuro potrebbero venir fuori idee interessanti e innovative, del resto è proprio questo il bello del confronto! ;)
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di Emilio Andreozzi
#70
Dunque, la risposta che mi sono dato, e che mi porterebbe, tornassi indietro, a sceliere ancora ingegneria biomedica, è la seguente:
il valore del corso di laurea in ingegneria biomedica sta nella sua interdisciplinarietà.
Yuri sarei d'accordo con te se questi corsi interdisciplinari esistessero davvero. Far studiare una caterva di materie afferenti a settori molto diversi senza prevedere un minimo di coesione e di coerenza tra loro non è esattamente un modo di istituire un corso di laurea interdisciplinare, ma a mio avviso è solo un modo per trattare gli studenti ancora una volta come dei bidoncini da riempire di nozioni e conoscenze "a compartimenti stagni", ognuna a sé stante.
Il primo aspetto dei biomedici di cui tutti si lamentano in ambito lavorativo è: "Sanno poco di tutto, ma niente nello specifico" e questo è proprio dovuto alla dispersione di energie che i biomedici subiscono saltando in pochi mesi dalla Termodinamica dello scaldabagno (sì quella brutta materia con gli scambiatori di calore, le valvole di laminazione, l'aria umida e tutte le vie trasmissive del calore), alla Meccanica dei palazzi (perché giustamente si studiano le fondamenta dei palazzi e non le strutture corporee), all'Informatica, alla Fisiologia (spesso senza conoscere l'anatomia) etc..

Per quanto riguarda la triennale, non esistono, che io sappia, altri corsi di laurea capaci di far affacciare lo studente sul mondo dell'ingegneria nella stessa maniera in cui lo fa un corso di biomedica: si va dall'informatica all'elettronica, passando per la meccanica dei materiali e delle strutture e l'ingegneria chimica (con le eventuali differenze che vi sono tra i vari atenei).
Ragazzi rendiamoci conto che noi biomedici siamo studenti normali come tutti gli altri, non siamo la versione pro della vita umana con l'apprendimento facile e accelerato. Fino ad ora nessun professionista del settore biomedico ha veramente appreso competenze da così tanti campi nella sua sola preparazione universitaria. La biomedica è nata da persone laureate in un ambito di base che hanno visto nel mondo della medicina la possibilità di applicare alcune loro conoscenze per produrre qualcosa di nuovo e di utile: ingegneri elettrici/elettronici/informatici per le strumentazioni, ingegneri chimici/dei materiali per i sistemi protesici etc.

L'unico vantaggio possibile che io riesco a vedere in un corso direttamente dedicato alla biomedica risiede nella possibilità di proiettare subito gli studenti verso il mondo "bio", introducendoli all'anatomia e alla fisiologia umana, che sono un po' il "core" del bagaglio di un biomedico, a prescindere dalla sua particolare specializzazione. Sai bene che anche questo aspetto non viene trattato correttamente in molti atenei italiani, per cui si perde anche questo vantaggio.

All'atto del passaggio alla magistrale, sarà poi responsabilità dello studente cercare (tramite esami a scelta, curriculum del piano di studi, scelta del lavoro di tesi, ecc.) di delineare un'area di competenza nella propria preparazione biomedica.
Su questo sarei altrettanto d'accordo, come ho anche scritto nel mio precedente intervento riguardo il compito del singolo di costruirsi il suo background adeguato all'attività che vuole svolgere in futuro, ma è sempre vero che l'offerta formativa dei corsi di laurea magistrale in biomedica è soddisfacente al fine di acquisire adeguate e concrete conoscenze in un determinato campo di applicazioni?

Oltre alla possibilità, secondo me, bisogna guardare anche alla realtà: ciò che può essere fatto benissimo è realmente fatto benissimo? Oppure alla fine dopo tante chiacchiere è spesso organizzato una schifezza e non funziona correttamente?
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di Yuri Tedesco
#75
Grazie delle risposte ragazzi.

Per la questione che ha evidenziato Gaetano, ovvero l'annoso problema Teoria VS Pratica, si potrebbe aprire addirittura una discussione a parte :mrgreen: ; a me personalmente sta bene l'impostazione principalmente teorica, ma un minimo di laboratorio ci deve essere, mentre a quanto ho capito in Italia da questo punto di vista siamo un po' tutti sulla stessa barca, cioè totale assenza di laboratorio didattico (aspetto smentite da parte di qualche fortunato studente che possa fornire una prova contraria).

Con Emilio condivido il fatto che sia necessario un filo conduttore nella preparazione interdisciplinare di un ing. biomedico.
Ribadisco poi il punto, sul quale concordiamo, della necessità di avere spirito di iniziativa e non essere passivi sul fronte della personalizzazione del background, se si vuole iniziare a lavorare in un settore espressamente bio.
#103
Quello che è completamente inutile (almeno per il corso di laurea che sto seguendo a Torino) secondo me è il fatto che abbiamo una preparazione TEORICA immensa, ma anche una scarsissima preparazione PRATICA, che è poi quella che viene richiesta nel mondo del lavoro. Se le Università si allineassero un pò a quelle che sono le esigenze delle aziende secondo me sarebbe molto più facile inserirci..
Non sono molto d'accordo con te su questo. Per quanto un corso di laurea possa nascere con un'impronta più "pratica" (cosa che accade spesso nei politecnici) non si può mai dire che un'ampia preparazione teorica sia inutile. Il problema non è quanta teoria studiare, ma QUALE teoria studiare, perché chiaramente non si può studiare tutto.
A mio avviso nei corsi di matematica, ad esempio, c'è una disorganizzazione TOTALE sugli argomenti di studio: ci si impunta spesso su argomenti che poi in tutto il corso di laurea non vengono più ripresi se non in rarissimi casi, magari come parte di una dimostrazione, e poi si fanno male o addirittura si tralasciano proprio argomenti che in futuro si rivelano importanti se non fondamentali.

Chi mi conosce da tempo sarebbe sorpreso di sentirmi parlare così perché sono sempre stato un tipo abbastanza pratico, mi è sempre piaciuto arrivare all'applicazione, ma con il tempo, le esperienze e la maturità, per quanto continui a cercare sempre l'applicazione pratica, mi sono reso conto di quanto un'adeguata preparazione teorica in un certo campo semplifichi l'approccio con le sue applicazioni, sia dal punto di vista della comprensione dei meccanismi, sia dal punto di vista squisitamente pratico di progettazione e organizzazione: la teoria, se usata correttamente consente un notevole risparmio di tempo e di energie!

Secondo voi perché gli ingegneri italiani sono così richiesti nel mondo? Perché hanno una preparazione teorica con i controcoglioni!
La preparazione teorica, oltre ad essere chiaramente importante per l'ambito della ricerca, è una componente FONDAMENTALE del PROBLEM SOLVING, che spesso e volentieri è proprio ciò che inchioda molte aziende in certe situazioni spinose da cui non sanno come uscire. Risolvere un problema significa avere ottime capacità analitiche, per "setacciare" il sistema in oggetto alla ricerca del problema, ed avere un'adeguata preparazione teorica per trovare una soluzione innovativa.

L'altro aspetto di cui tener conto è che la pratica si fa e c'è tempo per farla: se un'azienda è VERAMENTE interessata ad assumere del personale, ha già messo in conto di far fare un corso di formazione, perché in nessun caso un laureato è già pronto per lavorare, in quanto l'università non riesce a stare al passo con le aziende in ambito pratico, come le aziende non riescono a stare al passo con l'università in ambito di ricerca. Questa storia del laureato che deve essere già pronto è una di quelle follie tipiche delle aziende italiane, come quella che il programmatore deve conoscere 8000 linguaggi di programmazione e deve all'occorrenza saper svolgere anche mansioni da web designer o da grafico pubblicitario.
Non lasciamoci abbindolare e piegare dalle logiche delle aziende italiane, anche perché non sono affatto un ottimo esempio di sviluppo industriale (anzi...), ma guardiamo a ciò che fanno le aziende che funzionano (ahimè poche in Italia e molte all'estero) e che sanno gestire gli utili, destinandoli in parte anche all'investimento nella formazione di nuovi collaboratori!

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